martedì 30 dicembre 2008

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° gennaio 2009 42a Giornata Mondiale della Pace
Il Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la celebrazione della 42a Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2009, sarà dedicato al tema: «Combattere la povertà, costruire la pace». Lo scandalo della povertà manifesta l’inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere la realizzazione del bene comune (cfr Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69). Ciò rende necessaria una riflessione sulle radici profonde della povertà materiale, quindi anche sulla miseria spirituale che rende l’uomo indifferente alle sofferenze del prossimo. La risposta va allora cercata prima di tutto nella conversione del cuore dell’uomo al Dio della carità (cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est), per conquistare così la povertà di spirito secondo il Messaggio di salvezza annunciato da Gesù nel Discorso della Montagna: «Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Combattere la povertà, costruire la pace Il mondo delle associazioni cattoliche che si impegnano per la pacificazione e contro il sottosviluppo plaude convinto alla scelta fatta da Benedetto XVI di dedicare la prossima Giornata mondiale della pace al binomio «povertà-pace». Perché – dicono all’unisono diversi rappresentanti del mondo ecclesiale attivo nelle ‘trincee’ della solidarietà nel Sud del mondo – è appunto duplice l’impegno per un mondo di pace e giustizia: da una parte, una doverosa opera di sensibilizzazione nel Nord del globo dove va sconfitta la «miseria spirituale» che attanaglia l’uomo ricco; e poi la concreta solidarietà nel Sud laddove la povertà è un «problema materiale» e si lega, in un perverso circolo, alla tragedia della guerra. «Va sottolineato come, con questo intervento, il Papa introduca il grande tema del valore della dignità dell’essere umano», commenta Alberto Piatti, segretario generale di Avsi (una ONG, presente in 40 Paesi con 120 operatori e 700 collaboratori locali). «Bene fa il Pontefice ad affrontare la questione della povertà da due prospettive: nel Sud del mondo la miseria porta al disfacimento della persona nei suoi bisogni, perché quando uno ha bisogno di trovare da mangiare non riesce a pensare ad altro, ma così non riesce neppure a capire e percepire la dignità di se stesso. Nel Nord, invece, vi è un’aridità del cuore che è diventata imponente: una recente ricerca inglese ha dimostrato che il 30% del cibo acquistato da una famiglia nel Nord del mondo va dritta nella pattumiera, e molto di questo è commestibile». Secondo Piatti, diventa centrale il ruolo dell’educazione: «Al di là del bilancio fallimentare del recente vertice Fao sull’emergenza alimentare, non saranno le grandi programmazioni a risolvere il problema della fame nel mondo. Se, come dimostrato, il 17% delle terre irrigue produce il 40% degli alimenti del mondo, basta un po’ d’acqua in più, una formazione migliore del lavoratore a garantire raccolti più abbondanti». E nel Nord, di quale educazione alla pace c’è bisogno? «Le persone vanno formate alla consapevolezza che non è il consumo che assegna la dignità dell’uomo – annota Piatti –. 25 Inoltre, come dice Benedetto XVI nella Spe salvi, il nodo è la nostra idea di sviluppo: non va identificato solo con quello di carattere tecnico, ma anche con la libertà dell’individuo». Da parte sua don Ferdinando Colombo, vicepresidente del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) sposa in toto il clou del messaggio del Pontefice: «Sono molto contento di questo tema perché, dicendo che la povertà va combattuta, il Papa riconosce che essa è un crimine e non una fatalità. Oggi non basta commuoversi un po’ o fermarsi all’offerta: c’è bisogno di combattere contro la miseria per un impegno etico. Questo è un passaggio importante perché si passa dal semplice bisogno del povero al suo diritto umano di soggetto con una dignità. Inoltre, il tema del rapporto tra povertà e pace interpella il credente e anche il non credente perché rilancia i diritti umani e quindi può attraversare tutte le culture e le religioni». Di qui, ribadisce don Colombo, scaturisce la necessità di «formare le persone, in particolare i giovani, a una maggior conoscenza delle situazioni di povertà, a non restarvi indifferenti e a prendere posizione. Magari andando di persona, anche per un mese, a conoscere la povertà di tante persone in un Paese del Sud del mondo». Parla di «tema molto opportuno » Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: «Dalla nostra esperienza sul campo siamo convinti nel dire che la guerra è la madre di tutte le povertà, per cui costruire la pace è il modo migliore per sconfiggere la miseria. Oggi, poi, le povertà sono in crescita, anche nelle società più ricche: in particolare, quella spirituale, di società ripiegate su se stesse, che considerano per sé la sicurezza il tema più importante. Tutto ciò, però, porta spesso a dimenticare e condizioni di vita molto più drammatiche di milioni di uomini e donne». E chi la povertà e la guerra le incontra nelle piaghe dell’Africa ferita da interminabili conflitti e dalla miseria endemica vede con grande favore la richiesta di Benedetto XVI di «combattere» contro la povertà per «costruire la pace»: «La miseria è la più grande malattia dell’Africa», spiega don Luigi Mazzucato, già presidente di CUAMMM medici con l’Africa», ONG presente in 7 Paesi con 92 operatori e 56 progetti sanitari. «La scelta di questo argomento ci fa estremamente piacere perché porta la voce più alta della Chiesa a parlare su questo dramma moralmente inaccettabile». Mazzucato ricorda come «negli Obiettivi del millennio ci sia proprio la sconfitta della povertà del mondo entro il 2015, ma siamo già arrivati al 2008 e gli aiuti internazionali vengono solo promessi e mai mantenuti. Giustamente il Papa fa eco a Paolo VI che nella Populorum progressio aveva avanzato una durissima denuncia verso la povertà e fatto un forte richiamo ai Paesi più ricchi». Le associazioni presenti nel Sud del mondo sull’appello del Papa: «I Paesi ricchi vanno sensibilizzati sulle loro responsabilità davanti ai poveri».

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